Interno della Sinagoga di Pisa
Foto: Alberto Jona Falco

Le due parole - chiave della prossima Giornata Europea della Cultura Ebraica sono le “porte aperte” e l’“educazione ebraica”. Può derivarne l’impressione di una contraddizione implicita: le “porte aperte” sono rivolte verso l’esterno, verso quelli che non appartengono alla Comunità, verso il grande pubblico dei non-ebrei. Al contrario, l’“educazione ebraica” riguarda in primis i bambini, gli adolescenti, forse anche gli adulti ebrei, coloro che vivono all’interno delle Comunità.

Sono fermamente convinto che le cose non stiano così.
Noi vogliamo le porte aperte perché desideriamo che l’atmosfera dolcemente coinvolgente delle nostre Sinagoghe, delle nostre case, delle nostre Scuole e dei nostri libri ebraici possa essere assaporata almeno una volta all’anno da tutti i nostri vicini di casa.

Che dire però dell’educazione ebraica? Ha senso offrirla a chi ebreo non è?Dipende, evidentemente, dall’obiettivo che ci si pone.
Se lo scopo è quello di allevare un certo numero di giovani a vivere da ebrei, la risposta non può essere che negativa, anzi la domanda sarebbe priva di senso.

Ma se lo scopo è quello di fornire anche ai non-ebrei elementi di cultura ebraica che possano allargare la cerchia di coloro che desiderano conoscerci e forse diventarci amici, allora credo che non solo è lecito, ma è addirittura doveroso farlo.

Un esempio tanto comune da essere quasi banale è la leggenda della crudeltà e vendicatività del Dio degli ebrei, che ci avrebbe elargito la legge del taglione (“occhio per occhio, dente per dente”). “Educazione ebraica” significa in questo caso far leggere le fonti talmudiche, quelle scritte dai tanto "deprecati" Farisei, laddove alla ritorsione si sostituisce il risarcimento, facendo pagare al colpevole quello che si definirebbe modernamente il lucro cessante, il danno emergente, il danno permanente e anche quello fisiognomico. Secoli prima che l’Europa affrontasse questi temi!

Un altro esempio è metodologico e consiste nelle dispute fra Maestri, che terminano tanto spesso con un voto di maggioranza sulla norma da rispettare.
Ma citando nel verbale quasi sempre anche l’opinione di minoranza. Esempio palese di correttezza e di democrazia.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma forse bastano questi per sollecitare la voglia di sapere di più, di cercare testi, di studiare la storia ebraica, di cercarsi Maestri e, in ultima analisi, di amare questi ebrei tanto vituperati, questi ebrei cui tanto spesso si sono attribuite le colpe di tutti i mali.
In un’Europa che ama definirsi “multietnica” non è difficile trovare gli ebrei e la loro cultura. Essi vi sono sempre stati, sarebbe stato sufficiente non ignorarli. Se avessimo raggiunto questo obiettivo, questo “far scoprire gli ebrei” con spirito obiettivo, alieno da pregiudizi, potremmo dirci soddisfatti.